2005
Istituto di Filosofia Arturo Massolo
Universitˆ
di Urbino
Isonomia

Attributi teologici e attributi spinoziani
Giuseppa
Saccaro Del Buffa
Universitˆ
ÒLa SapienzaÓ, Roma
Abstract
There has always been little
agreement among Spinoza scholars on how to interpret the concept of attribute,
essential though it is for a full understanding of the metaphysics of being.
Through an analysis of SpinozaÕs early works, this paper explains how the issue
of attribute progressively took shape and how the philosopherÕs new thinking
broke away from the metaphysics of monotheistic theological traditions, which
he challenged and even repudiated. Only gradually and through a difficult,
tormented process did Spinoza move from an original conception of attributes as
individual substances to that of a single substance which Çexpresses itselfÈ
through infinite attributes. In the same process one can also see an emerging
awareness of the relation between the knowledge of being and the language
expressing such knowledge. This awareness underpins further
linguistic-conceptual refinement, which is fundamental for an understanding of
SpinozaÕs masterpiece.
Anche per chi ha letto pi� volte lÕinizio dellÕEtica di Spinoza, lÕattributo, e lÕuso di questo termine nelle susseguenti pagine, risulta di difficile comprensione. é un concetto che ha fatto molto discutere fin dallÕesordio del pensiero spinoziano, dividendo infine gli interpreti moderni soprattutto su due schieramenti. Da una parte coloro che vi riconoscono solo un significato soggettivo, dipendente dallÕatto conoscitivo dellÕintelletto, come indica la definizione IV: ÇPer attributum intelligo id, quod intellectus percipit, tamquam ejusdem essentiam constituensÈ. Sebbene qui lÕautore non specifichi se alluda allÕintelletto infinito o finito, sappiamo da altri passi che lÕintelletto umano, nel concepire Dio-sostanza unica gli attribuisce gli aspetti di cui � capace di avere idea, cio� secondo Spinoza, il pensiero e lÕestensione, i due unici aspetti che, per la limitatezza, i condizionamenti, i modi di operare della natura umana, riusciamo a concepire; � solo poi per induzione logica e in via subordinata, compiendo un ampliamento concettuale allÕinfinito dellÕidea di Dio, che noi ne induciamo infiniti altri aspetti di cui tuttavia non abbiamo conoscenza in alcun altro modo. DallÕaltra parte vi sono coloro invece che ammettono che secondo Spinoza nellÕatto dellÕintelletto si abbia la percezione degli attributi della sostanza, ovvero la rappresentazione immediata degli aspetti essenziali realmente esistenti nel Dio-sostanza: pi� precisamente di due suoi aspetti, pensiero ed estensione.
Accettando il primo caso, si delimita fortemente e si mette in crisi la capacitˆ cognitiva dellÕintelletto nei confronti della realtˆ metafisica e di tutte le veritˆ che ne dipendono, e pertanto si mette in dubbio la credibilitˆ dellÕintero sistema spinoziano; al contrario nel secondo caso si pongono le basi di un razionalismo dogmatico i cui principi di conoscenza, basati sulle definizioni evidenti dei concetti, sono ritenuti veri e rendono vere le conoscenze che ne derivano. In definitiva, il problema degli attributi nellÕEtica � decisivo per il problema generale della metafisica dellÕessere.
Non si tratta di un problema del tutto nuovo nella storia del pensiero occidentale: esso ha radici nel mondo classico, sia nellÕambito della logica e delle relazioni tra soggetto e predicato, o tra nome e aggettivi, sia, e in modo pi� drammatico, nellÕambito del discorso metafisico-teologico e, in particolare, nellÕincontro tra la concezione religiosa di Dio dei sistemi monoteistici e la concezione neoplatonica e gnostica dellÕassoluta trascendenza e inconoscibilitˆ della fonte prima delle cose, fino allÕopzione del pi� rigoroso misticismo.
Per quanto riguarda Spinoza, a mio giudizio, se si vuole considerare la sua filosofia come un sistema teoretico completo e definitivo, e se si prescinde o non si tiene sufficientemente conto delle tappe storiche della sua formazione, il problema degli attributi rimane un enigma nel quadro del pensiero secentesco e non bastano, per comprenderne i significati, i riferimenti alle due sostanze cartesiane, quella pensante e quella estesa. Non solo vi � uno sfasamento decisivo e incolmabile tra la concezione cartesiana e quella spinoziana, ma per il filosofo di Amsterdam gli attributi sono un elemento cos“ essenziale della definizione di Dio, che essi assumono, in tutte le versioni che Spinoza ne dˆ, una funzione determinante per concepire lÕidea di tale ente infinito. Perci˜ oggi propongo di iniziare il nostro discorso dalla rilettura di alcuni passi giovanili del nostro filosofo, nei quali questo problema comincia a prendere forma, facendo emergere la differenza tra lo scenario filosofico in cui si innesta lÕattributo spinoziano e il quadro metafisico delle tradizioni teologiche monoteistiche, dove invece � stata elaborata la concezione degli attributi teologici che Spinoza criticherˆ e rifiuterˆ[1].
***
Giˆ nel 1661, anno in cui inizia lÕepistolario pervenutoci del filosofo e in particolare la corrispondenza con lÕinglese Henry Oldenburg, Spinoza manda allÕamico di Londra una serie di enunciati, che io chiamo Abbozzo del 1661, cio� 4 definizioni, 4 assiomi, 3 proposizioni e uno scolio finale, dove egli formula per la prima volta una definizione che ritroveremo nel Breve Trattato: Dio � ÇlÕEnte costituito da infiniti attributi, ciascuno dei quali � infinito o sommamente perfetto nel suo genereÈ[2]. Come si pu˜ notare dalla lettura stessa della frase, lÕinfinitˆ di cui qui lÕautore parla non � quella di Dio, bens“ � riferita agli attributi: nella prima parte della definizione gli attributi di cui Dio consta sono collettivamente considerati, e sono detti infiniti in senso numerico, nella seconda parte ciascun attributo � considerato singolarmente nel proprio genere; pertanto la sua infinitˆ � intesa in senso qualitativo, perchŽ connessa appunto a quel suo determinato genere e considerata coincidente con la perfezione somma di quella qualitˆ e dellÕestensione di quel genere: infatti tale perfezione si estende e abbraccia tutte le infinite possibilitˆ in essa implicite.
La struttura di questa frase dellÕAbbozzo, basata sul rapporto tra Dio e lÕinfinitˆ degli attributi che costituiscono tale ente, sarˆ mantenuta identica, nel suo senso di infinitˆ numerica, anche nella celebre def. 6 del De Deo[3]. Tuttavia, dal confronto delle due frasi appare subito evidente la differenza tra il modo giovanile di prospettare gli attributi come ciascuno infinito e sommamente perfetto in un suo particolare genere, e lÕespressione con cui lÕautore pi� tardi nellÕEtica li denota, sostenendo che Çciascuno di essi esprime lÕessenza eterna ed infinitaÈ. Le parole dellÕEtica sottolineano non una qualitˆ degli attributi, come avveniva nellÕAbbozzo, bens“ la loro funzione nel sistema metafisico, funzione che non � quella di costituire, bens“ di esprimere, o con altro verbo tipicamente neoplatonico, di esplicare, quanto � unitariamente e globalmente implicito nellÕessenza unica, alla quale soltanto viene ora riferita lÕinfinitˆ. Questo sfasamento tra le due formulazioni � la conseguenza del passaggio che nel periodo di tempo tra le due opere lÕautore ha compiuto, da una concezione in cui ogni attributo si contraddistingue per il proprio genere e in questo genere si realizza la sua deliminata infinitˆ e perfezione somma, a una concezione dove invece alla radicale diversificazione della natura di ogni attributo subentra lÕenfasi sullÕunitˆ e unicitˆ della sostanza infinita, rispetto alla cui essenza tutti gli attributi hanno pari rapporto espressivo e di mediazione. Nella prima espressione � prospettata una molteplicitˆ infinita di generi e di perfezioni particolari, che nella loro totalitˆ sono tutte parimenti costitutive dellÕente unico; nella seconda invece lÕinfinitˆ viene riferita esclusivamente allÕessenza unica ed eterna del Dio-sostanza. Non si menziona pi� la somma perfezione e lÕinfinitˆ delimitate al genere, si parte invece dallÕunitˆ onnicomprensiva della sostanza unica, la cui esplicazione diversificata negli effetti prodotti avviene attraverso la diversificazione degli attributi.
In diversi passi del Breve Trattato, opera che io ritengo composta nel periodo intermedio tra i due scritti, e allÕincirca un anno dopo lo scambio di lettere con Oldenburg, affiora in modo evidente ci˜ che tali lettere lasciano giˆ sospettare e che era il messaggio nuovo sorprendente dellÕAbbozzo, cio� come a quel tempo gli attributi fossero ritenuti dal giovane Spinoza sostanze di un particolare tipo, cio� ciascuna delimitata entro il genere espresso dal suo unico attributo, con cui essa si identificava. Tali attributi-sostanze, in quanto sono considerati costitutivi dellÕente-Dio e formano nella loro globalitˆ un uno-tutto, sono visti come pertinenti alla totalitˆ unica e unitaria, dalla quale non possono distinguersi autonomamente e realmente, concezione sulla quale insistono diversi passi del Breve Trattato. é rispetto agli altri attributi che ciascuno di essi � invece considerato concettualmente autonomo, tanto che secondo il filosofo ciascun attributo e ciascuna sostanza � conosciuto per se stesso, o, come � detto giˆ nellÕAbbozzo e nelle prime lettere a Oldenburg Çper se concipiturÈ[4]. Nel BT lÕautonomia concettuale non solo rende ogni attributo indipendente da qualsiasi altro concetto, ma lo eleva a fondamento della conoscibilitˆ concettuale delle cose che non hanno autonomia nŽ concettuale nŽ esistenziale, che rientrano nellÕambito del genere di quel determinato attributo-sostanza. Come lÕautore precisa nel cap. 7 della parte I del BT, gli Ç[É] attributi che sono di un essere autosussistente [zelfsbestaande wezen], e [É] non hanno bisogno di alcun genere, o di qualcosa per la quale essi siano maggiormente intesi o spiegati [É] sono anche conosciuti per se stessiÈ[5] e sono anzi il tramite per la conoscenza delle cose che non sussistono per se stesse, in quanto gli attributi sono appunto Çil genereÈ sotto il quale rientrano tali cose. Questo linguaggio si richiama evidentemente alla concezione cartesiana, accettata da Spinoza, secondo la quale tutte le cose che conosciamo si dividono in cose pensanti e cose estese, perchŽ nel pensarle riconosciamo la loro pertinenza ai due generi a noi noti, del pensiero e dellÕestensione.
Inoltre per il giovane filosofo ciascun attributo, in quanto viene concepito nella sua autonomia concettuale rispetto agli altri, si configura come sostanza con una sua autosussistenza e autoesistenza, che � dimostrata sia per le sostanze, sia in parte per gli attributi, nelle tre proposizioni dellÕAbbozzo, nelle corrispondenti 4 proposizioni dellÕAppendice II del BT, e nelle quattro proposizioni del BT, I, cap. 2. Pi� tardi nel De Deo, quando Spinoza avrˆ modificato il suo sistema, lÕautosussistenza e lÕautoesistenza saranno pertinenti solo alla causa sui e allÕunica sostanza ammessa. Nel periodo 1661-62, cio� nel periodo di composizione dellÕAbbozzo e del BT, lÕautosussistenza e lÕautoesistenza sono ritenute caratteristiche delle sostanze e perci˜ sul piano ontologico sono anche il fondamento delle infinite cose o modi pertinenti allÕambito di quella sostanza.
Questa concezione del giovane Spinoza, rispetto al modo monolitico in cui il sistema dellÕEtica � stato tradizionalmente interpretato fino a pochi decenni fa, appare paradossale e contraddittoria nei confronti della teoria spinoziana dellÕunica sostanza infinita. In realtˆ si tratta di una concezione che in parte si ispira a precedenti neoplatonici, in particolare sia al neoplatonico Proclo del sec. V d.C., che ha avuto larga influenza nel Medioevo, sia al neoplatonismo rinascimentale e alla versione neoplatonica della cabbala ebraica, soprattutto tramite un suo importante rappresentante, Abraham Cohen Herrera, sul quale per˜ ora non possiamo soffermarci. Qui basterˆ osservare che nel rapporto tra Dio, i suoi infiniti attributi costituenti lÕUno-tutto, ma limitati al genere, le sostanze, che rappresentano il passaggio intermedio dal livello divino al livello degli effetti del tutto limitati di ogni attributo-sostanza, in tale molteplice rapporto dunque sopravvive (sia pure in una struttura molto pi� semplificata che quella presente nel neoplatonismo classico) la concezione di vari livelli degli enti, disposti secondo una gerarchia scalare che si costituisce sia per la riduzione dallÕinfinito divino al finito creaturale, sia per la delimitazione della perfezione dal grado assoluto di Dio a quello sommo, ma circoscritto al genere degli attributi e delle sostanze, fino al livello ancora inferiore degli effetti limitati qualitativamente e causalmente, in proporzione a quanto la loro singola natura consente. LÕelaborazione tormentata del pensiero spinoziano, fino a giungere alla definitiva concezione dellÕEtica, passa dunque, negli anni successivi alle lettere Spinoza-Oldemburg del 1661-62, attraverso il ripensamento e la modificazione della concezione degli attributi, come punto focale di tutto il sistema spinoziano.
Nel periodo di questo passaggio vengono coinvolti, nella riflessione del filosofo e nelle discussioni con Oldenburg e gli amici di Amsterdam, alcuni altri aspetti metafisici. Di questo intenso lavor“o intellettuale, tracce evidenti sono nella prima parte del Breve Trattato, dove maturano contemporaneamente, a mio giudizio, tre punti in particolare:
1. il problema della dimostrazione dellÕesistenza, nei capp. I e 2 della prima parte;
2. il problema del rapporto tra attributi e sostanze, nel cap. 2 e nei Dialoghi;
3. infine il problema della distinzione tra attributi e proprietˆ, in osservazioni poste in importanti note in margine principalmente ai capp. 1, 2 e 7.
Non possiamo trattare qui dei primi due punti. Dir˜ solo in sintesi, per quanto riguarda il primo, che originariamente la dimostrazione dellÕesistenza di Dio non rientrava nel quadro dellÕAbbozzo, perchŽ nella successione degli enunciati di questo breve scritto, che iniziava proprio con la definizione di Dio, Dio appariva ancora come quellÕUno-tutto neoplatonico e cabalistico che trascende sia il livello dellÕesistenza, sia quello dellÕessenza, sia la capacitˆ cognitiva dellÕintelletto e lÕadeguatezza espressiva del nostro linguaggio: esistenza, essenza, conoscibilitˆ e rappresentabilitˆ discorsiva, appartenevano perci˜ al livello ontologico delle sostanze, un livello inteso come inferiore sia al Dio trascendente, sia ai primi gradi della sua emanazione. Sono state le obiezioni di Oldenburg a sollecitare Spinoza a misurarsi con tale dimostrazione, come in effetti avviene proprio allÕinizio del Breve Trattato. Fin dalle prime parole qui � contenuta infatti la risposta diretta alla prima delle obiezioni di Oldenburg, il quale nellÕEp. 3 aveva chiesto a Spinoza se davvero fosse convinto di poter dimostrare lÕesistenza di Dio semplicemente in base alla definizione datane nellÕAbbozzo[6]. Questo difficile problema troverˆ soluzione circa due anni dopo, quando, dopo aver discusso della dimostrazione dellÕesistenza delle sostanze, nellÕintenzione, poi dimostratasi irrealizzabile, di dedurre da esse e dagli attributi la dimostrazione dellÕesistenza dellÕEnte che esse costituiscono, Spinoza rinuncerˆ alla posizione primaria che la definizione di Dio aveva nellÕAbbozzo come def. 1, e sposterˆ tale definizione al quinto e poi al sesto posto, dove si trova tuttora; perci˜ farˆ iniziare lÕEtica con la definizione della causa sui, che � lÕaffermazione perentoria dellÕesistenza di ci˜ Çla cui essenza implica lÕesistenzaÈ in quanto Çla sua natura non pu˜ essere concepita, se non esistenteÈ, affermazione che per lÕautore ora non riguarda pi� le infinite sostanze-attributi, ma � pertinente allÕunica sostanza infinita[7].
Per quanto riguarda il secondo punto, il rapporto tra attributi e sostanze verrˆ radicalmente semplificato quando il filosofo rinuncerˆ alla divisione della realtˆ prodotta secondo sostanze caratterizzate ciascuna da un attributo, e limitate nellÕinfinitˆ e nella perfezione. Allora egli, per convincere lÕamico De Vries, enuncerˆ nellÕEp. 9 del 1663 a lui destinata, la distinzione tra il concepire la sostanza con un solo attributo (come la sostanza pensante e la sostanza estesa) – concezione che egli non contesta, ma ritiene possibile solo al livello dei concetti che elaboriamo logicamente, allo stesso modo dei concetti matematici di enti non esistenti – e il concepire la sostanza con infiniti attributi, cio� Dio, che � realtˆ certa[8]. Nello stesso tempo gradualmente trasformerˆ gli attributi negli infiniti aspetti esplicativi delle infinite possibilitˆ della sostanza unica. In realtˆ la dicotomia tra i due soli attributi a noi noti, pensiero ed estensione, troverˆ giustificazione e spiegazione definitiva solo nella realtˆ a noi pi� immediatamente percepibile, cio� lÕuomo, nel quadro dei rapporti tra mente e corpo e delle relazioni tra lÕindividuo il cui pensiero � autocoscienza della mente, e la realtˆ extramentale con cui la mente stessa si confronta a ogni attimo dellÕesistenza: confronto che non avviene direttamente nel contatto fisico tra il corpo e gli innumerevoli altri corpi, bens“ indirettamente, in quanto la mente immagina e contempla nella propria immaginazione e nella serie delle proprie idee, la rappresentazione del mondo esterno e la catena delle proprie stesse reazioni attive e passive nei confronti di tali rappresentazioni.
Giungiamo dunque al terzo punto che pi� ci interessa: come vada emergendo negli scritti del giovane Spinoza la differenza tra attributi e proprietˆ.
***
ComÕ� noto il cap. 1 della prima parte del BT, tratta della dimostrazione dellÕesistenza di Dio, usando argomentazioni sillogistiche di tipo aristotelico, in parte ispirate a Descartes e comunque dipendenti dalle controversie della teologia monoteistica. Se messe in relazione con la discussione epistolare tra Spinoza e Oldenburg, esse appaiono, come abbiamo giˆ osservato, piuttosto uno stratagemma per rispondere alla questione posta dallÕamico nellÕEp. 3 che abbiamo sopra citato: ÇAn clare et indubitanter intelligas ex sola illa definitione, quam de Deo tradis, demonstrari tale Ens existere?È Rispetto allÕAbbozzo e alle opere successive, tali dimostrazioni del BT costituiscono un inserto incongruo con gli altri modi spinoziani di argomentazione e infatti verranno poi abbandonate dallÕautore[9]. Nel cap. 2 il filosofo, ritenendo di aver giˆ provato lÕesistenza di Dio nel capitolo precedente, e giudicando perci˜ di aver soddisfatto alla prima obiezione di Oldenburg, riprende lÕimpostazione espositiva dellÕAbbozzo, da cui era partito. Incomincia di nuovo con la definizione di Dio in termini molto simili alla def. 1 dello scritto del 1661, enunciando il rapporto Dio-attributi e attributi-sostanze: il problema dellÕesistenza riappare perci˜ in relazione non a Dio, ma alla questione ÇChe cosa Dio �È, come indica il titolo del cap. 2, questione che adombra lÕintenzione dellÕautore di estendere il suo discorso dal problema dellÕesistenza a quello della conoscenza della natura ontologica di tale ente e di ci˜ che ne deriva: in altre parole, la conoscenza del sistema attributi-sostanze e le loro modificazioni. Ci˜ mette in luce una nuova consapevolezza da parte del filosofo della relazione tra due piani: da una parte la conoscenza dellÕessere che viene definito, e dallÕaltra parte il linguaggio con cui viene definito. Spinoza precisa allÕinizio del cap. 2: ÇPoichŽ noi sopra abbiamo dimostrato che Dio �, cos“ sarˆ tempo di provare che cosa egli �È; e aggiunge ancora: Çcio�, egli �, diciamo noi, Un essere di cui tutto, ovvero infiniti attributi sono detti, dei quali attributi ciascuno � nel suo genere infinitamente perfettoÈ (M. 8,28-9,2)[10]. LÕinciso Çdiciamo noiÈ[11] non � un semplice rafforzativo retorico per accentrare lÕattenzione del lettore, ma indica espressamente che quanto egli dirˆ � la dichiarazione del suo proprio modo, diverso da quello degli altri, di intendere Dio secondo i concetti di essere, attributi, la loro infinitˆ numerica e lÕinfinitˆ qualitativa di ciascuno nel proprio genere, cio� quella perfezione, che nellÕAbbozzo era indicata come somma perfezione e che qui viene esplicitamente confermata. Nella discussione che segue, questa stessa espressione viene riferita a ogni sostanza (prop. 1), mentre nel cap. 7, della stessa prima parte, viene dichiarato: ÇQuanto agli attributi di cui Dio consta, essi non sono che infinite sostanze, delle quali ciascuna deve essere infinitamente perfettaÈ[12].
é certamente solo dopo aver scritto il cap. 2 ed esplicitamente
citandolo, che Spinoza ritorna a riflettere su quanto ha detto nel precedente
cap. 1, e perci˜ aggiunge una seconda nota a tale capitolo[13],
che infatti esordisce in tal modo: ÇDalla definizione qui appresso cap. 2,
secondo la quale Dio ha infiniti attributi [eygenschappen], possiamo dimostrare la sua essenza [wezentheyd] cos“: Tutto ci˜ che vediamo chiaramente e distintamente appartenere
alla Natura di una cosa possiamo anche con veritˆ affermare di quella cosa. Ma
alla natura di un essere [wezen] che ha infiniti
attributi [eygenschappen] appartiene un attributo [eygenschap] che � lÕesistere [zyn]È[14].
Risulta evidente qui che Spinoza, essendo stato indotto nel cap. 1 a ricorrere,
per dimostrare lÕesistenza di Dio, a una argomentazione teologica di impronta
scolastica, si avvale di un significato teologico del termine attributo ben
diverso da quello contenuto nelle sue definizioni di Dio, che abbiamo prima
citate, che sono tipiche della concezione del nostro autore e che riaffiora
chiaramente nella seconda nota aggiunta che ora abbiamo citato, in quanto essa
si rifˆ alla diversa impostazione del successivo cap. 2. Questa situazione ci
permette di constatare come ben presto nel BT il termine
eygenschap si riveli ambiguo. Il suo carattere
polisemico, carattere che del resto contraddistingue altri termini del BT, come wezen-essere, consente a Spinoza di giocare sul suo duplice aspetto, cio� come
attributo teologico tradizionale, e come attributo-sostanza spinoziano. Ma ci˜
finisce per creare, oltre che il disorientamento degli amici suoi
contemporanei, e di chi oggi lo legge, un imbarazzo crescente nellÕautore
stesso, che rischia di compromettere la certezza cognitiva delle idee coinvolte
nella polivalenza terminologica, e che richiederˆ, come ora vedremo, uno sforzo
di distinzione chiarificatrice.
Nel seguito del cap. 1 quando, dopo la dimostrazione a priori dellÕesistenza di Dio, lÕautore espone quella a posteriori, egli riprende di nuovo unÕargomentazione cartesiana, e dichiara che Çse lÕuomo ha unÕidea di Dio, Dio deve esistere formalmenteÈ, perchŽ, come il filosofo argomenta, la causa di tale idea obiettiva, cio� concepita nella mente dellÕuomo, Çdeve esistere formalmenteÈ, vale a dire deve esistere nella realtˆ a cui lÕidea si riferisce, Çe deve contenere in sŽ tutto ci˜ che lÕidea stessa contiene [É]È[15]. Constatato, sempre sul filo del ragionamento cartesiano, che lÕuomo in effetti ha lÕidea di Dio, ne deduce che dunque Dio, in quanto causa di tale idea, deve esistere. Tuttavia questa argomentazione spinge ancora Spinoza, probabilmente in momenti successivi, a fornire una ulteriore dimostrazione.
Infatti, nella nota 3 dello stesso cap. 1, egli riprende la questione delle finzioni[16]. Ora procede con la tecnica dimostrativa della riduzione allÕassurdo, tecnica che svilupperˆ in modo assolutamente preciso e raffinato negli anni successivi. Per quanto qui ci interessa, ne possiamo seguire lÕandamento nello Schema 3 in Appendice, dove sono messe in evidenza le tre tesi che lÕautore enuncia allÕinizio della nota 3, le cinque argomentazioni dimostrative che poi svolge nella nota stessa, nella sottonota 3 e nellÕaggiunta 3, alternando la posizione di una tesi, la sua confutazione e le conclusioni[17]. Nella prima argomentazione egli inizia proponendo lÕipotesi opposta a quella che intende dimostrare, cio� ammette provvisoriamente che non Dio, ma la Çfinzione dellÕuomo [die verzieringe van de mensch] sia la sola causa della sua ideaÈ di Dio. Quindi confuta questa ipotesi paradossale perchŽ, come egli commenta, se riconoscessimo che tale idea di Dio sia causata dalla finzione, saremmo obbligati ad ammettere che anche tutte le altre idee siano ugualmente delle finzioni, benchŽ tra loro diverse, e bench�, come aggiunge nella seconda argomentazione posta nella sottonota 3[18], alcune rappresentino esseri impossibili, altre invece un essere [wezen] necessario. Il filosofo inizia cos“ una discussione sui diversi tipi delle nostre idee che era giˆ implicita in una delle domande di Oldenburg, quando questi gli aveva chiesto cosa fosse per Spinoza lÕerrore, problema che sarˆ ampiamente e magistralmente sviluppato nel Tractatus de Intellectus emendatione e nelle Cogitationes metaphysicae.
In questo ambito del capitolo iniziale del BT che stiamo commentando, lÕulteriore riflessione sulle idee conduce a una pi� approfondita considerazione del concetto di attributo. Infatti lÕaggiunta 3 � formata dalla quarta e dalla quinta argomentazione: in particolare nella quarta Spinoza ritorna sullÕÇidea degli infiniti attributiÈ [eygenschappen] appartenenti allÕessere assoluto, Dio. Egli osserva come noi abbiamo idea solo di due di essi, pensiero ed estensione, che non possono da soli soddisfare la nostra concezione di un essere infinito, ma Çtroviamo in noi un certo qualcosaÈ che � per noi testimonianza di Çinfiniti perfetti attributi [eygenschappen], che sono propri [eigen] di questÕessere [wezen] perfetto, affinchŽ possa dirsi perfettoÈ. Appare cos“ per la prima volta nel lessico del giovane filosofo la differenza tra il concetto di attributo in senso spinoziano [eygenschap] e quello di proprio [eigen] che non indica ancora il concetto di proprietˆ, come si consoliderˆ nellÕAppendice alla prima parte Etica, ma designa una stretta appartenenza di tale proprio-proprietˆ al soggetto in cui lo riconosciamo[19]. Tale appartenenza per˜ acquista un significato diverso dal rapporto implicito nellÕattributo spinoziano rispetto alla sostanza. Nello stesso tempo va precisandosi nel lessico spinoziano unÕaltra differenza: quella tra i verbi che implicano il concetto di una referenza ontologica tra attributi-sostanze, e tra queste e i rispettivi modi che ne dipendono, dando perci˜ valore cognitivo reale al concetto espresso da tale referenza, e i verbi che esprimono un rapporto referenziale limitato solo al livello del linguaggio, il quale rapporto consiste perci˜ in una mera Çdenominazione estrinsecaÈ: questi secondi verbi, come dice Spinoza, non ci fanno conoscere Çquello che la cosa �È[20].
Un ulteriore indizio del chiarimento che sta prendendo forma nel pensiero spinoziano a proposito degli attributi, si trova nellÕultima nota del cap. 1, capitolo di cui possiamo ormai valutare quanto e perchŽ sia cos“ tormentato da aggiunte, inserimenti, chiarificazioni. Qui lÕautore riflette ancora una volta su quanto ha affermato nel testo principale, cio�: ÇChe lÕuomo abbia lÕidea di Dio � chiaro, poichŽ egli intende i suoi attributi [eygenschappen] che non possono essere stati da lui prodotti [É]È. Al termine eygenschappen del testo principale fa seguito un asterisco di richiamo alla nota 4, dove lÕautore, ripetuto il termine, osserva: ÇI suoi attributi [eygenschappen]: � meglio questo: poichŽ egli intende ci˜ che � proprio [eigen] di Dio, perchŽ queste cose non sono attributi [eygenschappen] di Dio. Dio certamente non � Dio senza di esse, ma non lo � per mezzo di esse, poichŽ non danno a conoscere nulla di sostanziale [niet zelfstandigs], ma sono solo come adjectiva che richiedono substantiva per essere intesiÈ (M 7,47-51). Le ultime parole, che sembrano a prima vista oscure, servono in realtˆ a ribadire che questi propri-eigen non indicano quegli attributi che Spinoza in questo stesso periodo identifica con le sostanze, anzi non indicano, secondo le sue espressioni, nulla di sostanziale nel senso del sistema spinoziano. Hanno invece una funzione solo linguistica, che si spiega sul piano grammaticale: sono, precisa il filosofo ribadendo la differenza tra livello ontologico e livello del nostro discorso, espressioni aggettivali che qualificano un qualche soggetto grammaticale, e il cui significato si comprende solo riconoscendo in essi la relazione con il sostantivo con cui sono connessi.
Questa concezione dei propri distinti dagli attributi diventa il punto di partenza del cap. 3, che non segue subito, ma � preceduto dai due Dialoghi, i quali appaiono un altro inserto alquanto incongruo rispetto alla linea generale e pi� coerente dellÕargomentazione complessiva della prima parte del BT. Spinoza (o chi ha curato lÕassemblaggio dei passi del BT) sembra rendersi conto del distacco che tali Dialoghi formano tra il cap. 2 e quanto ora si appresta a trattare nel cap. 3. Egli esordisce con una breve dichiarazione: ÇOra inizieremo a trattare degli attributi [eygenschappen] che abbiamo chiamati propri [eigen] [É] È (M. 25,12-13); dichiarazione che richiama la fine del cap. 2 e lÕultima sua nota da noi commentata, per passare per˜ immediatamente al tema che qui preme allÕautore, dei tre propri riferibili a Dio: il primo proprio, con cui Dio nel rapporto con le cose � inteso come causa di tutto (cap. 3), e in relazione ai suoi effetti necessari (cap. 4); il secondo proprio, dal punto di vista della provvidenza (cap. 5); e il terzo proprio, nella prospettiva della predestinazione (cap. 6). Nella nota apposta allÕinizio del cap. 4 al termine eigen[21], il filosofo ripete in parte la nota 4 del cap. 1, test� commentata, per ribadire la sua interpretazione grammaticale di tali propri come aggettivi che non possono essere intesi senza il rapporto con i loro sostantivi.
Ma � nel successivo cap. 7 della prima parte del BT che si conclude lÕevoluzione di tale problema. In questo passo si pu˜ constatare di nuovo una differenza terminologica tra il testo principale e la nota anche qui apposta alla parola polisemica che stiamo discutendo. Nel testo lÕautore ripete per la seconda volta, e con unÕespressione molto simile a quella usata allÕinizio del cap. 3, lÕannuncio che ÇOra inizieremo a parlare degli attributi [eygenschappen] che generalmente sono riferiti a Dio, e tuttavia non gli appartengono, come anche di quelli attraverso cui si tenta di far conoscere Dio; e insieme delle leggi della vera definizioneÈ (M 182,23-27).
Nel seguito infatti discute prima le definizioni che i filosofi danno di Dio, e che consistono nei tradizionali attributi teologici: Çun essere sussistente per se stesso, causa di tutte le cose, onnisciente, onnipotente, eterno, semplice, infinito, sommo bene, di infinita misericordia, ecc.È. Quindi obietta che non constatiamo in queste espressioni Çdegli attributa o attributi [eygenschappen] per mezzo dei quali la cosa (Dio) sia conosciuta per ci˜ che �, ma solo dei propria o propri [eigenen] che appartengono bens“ alla cosa, ma non spiegano ci˜ che la cosa �È. Soggiunge inoltre che sebbene Çsiano propri solo a Dio, non possiamo conoscere, attraverso le proprietˆ [eygenheeden] ci˜ che � questo essere [wesen], al quale queste proprietˆ [eygenheeden] appartengono, e quali attributi [eygenschappen] haÈ (M 32,27-35). Con il ricorso ai termini latini si � ormai chiarita la contrapposizione tra attributa-eygenschappen e propria-eygenheeden. I propria pi� tardi saranno meglio identificati come proprietates.
Nella nota aggiunta allÕinizio del cap. 7, Spinoza insiste su questa
problematica. Anzitutto ricorda lÕaltra autentica concezione degli attributi di
Dio [eygenschappen] giˆ altrove indicata, cio� che
essi Çnon sono altro che infinite sostanze, ciascuna delle quali deve essere
infinitamente perfettaÈ, come il pensiero e lÕestensione. Precisa inoltre che a
differenza di questi attributi, altre cose Çgeneralmente sono ascritte [toegeschreven] a Dio, (che) non sono attributi, ma solo alcuni modi [wyzen] che gli possono essere conferiti [toege‘int] o in riferimento al tutto [alles], cio� a tutti i suoi attributi, o in riferimento a un solo
attributoÈ. Mentre per gli attributi, singolarmente o
globalmente menzionati, lÕautore ormai usa sempre la medesima parola eygenschappen, per le altre cose ascrivibili ricorre non pi� al termine eigen, bens“ alla parola modi (wyzen), che dalla esemplificazione che segue risultano essere gli stessi
menzionati nel testo. LÕunica variante, che comunque indica un altro ulteriore
approfondimento del problema, � lÕosservazione, presente pi� in lˆ anche nel
testo (M 32,36-41-32,1-3) che questi modi sono conferibili a Dio sotto tre aspetti: o come tutto (alles), cio� uno, eterno, esistente per
se stesso, infinito, causa di tutto immutabile; o in riferimento al solo
pensiero; come onnisciente, sapiente, ecc.; o ancora in riferimento
allÕestensione, come che � ovunque, riempie tutto, ecc. (M 31,31-42).
Questa ripetuta classificazione degli attributi, dei propri e dei modi, permette a Spinoza di polemizzare contro la dottrina aristotelica della definizione mediante le categorie del genere e della differenza e di chiarire la diversa funzione che, in una nuova Çvera logicaÈ come egli vuol proporre, gli attributi-sostanze e i modi svolgono per giungere a definizioni metodologicamente aderenti alla struttura metafisica spinoziana. Si � visto come le quattro definizioni dellÕAbbozzo del 1661, prendessero in considerazione Dio, il rapporto tra attributi, le sostanze e i modi: � ora evidente che nelle intenzioni del filosofo la nuova Çvera logicaÈ doveva essere il fondamento dellÕordine e dei soggetti definiti nella breve operina inviata a Oldenburg: cio� determinava lÕarticolazione dei termini da definire secondo il rapporto di dipendenza ontologica dei livelli della realtˆ.
Anzitutto nellÕAbbozzo Spinoza definisce Dio non direttamente, bens“ ricorrendo allÕidea della totalitˆ dei suoi attributi costitutivi, che sono intesi non come risultato dei nostri atti attributivi, ma come aspetti della realtˆ che lÕintelletto intende. Con ci˜ egli elude i problemi tradizionali che sorgono ogni qualvolta che si discuta della essenza e della esistenza di Dio, che creavano insuperabili difficoltˆ per le dottrine teologiche. Dio si configura allora come lÕorizzonte infinito comprensivo di tutte le possibili forme di essere. Quindi definisce i rapporti tra gli attributi in relazione allÕessenza delimitata di ciascuno di essi secondo il genere di ogni attributo: tale definizione rivela anche come dalla unitˆ totale emerga una unitˆ-molteplice, che rappresenta il primo grado di rapporto tra lÕinfinito totale e il finito particolare. Su questa linea, tipicamente neoplatonica, di graduali passaggi verso gli effetti della produttivitˆ divina, seguono la definizione della sostanza, come momento di distinzione e autonomia rispetto al livello produttivo divino, e quello dei modi, che rappresentano la determinazione completa delle possibilitˆ di ogni sostanza in relazione allÕessenza del suo attributo e in connessione con la totalitˆ.
In conclusione, lo sviluppo della discussione sulla differenza tra attributi spinoziani e attributi teologici, ha contribuito anche a chiarire sia la struttura dei vari livelli della metafisica del giovane Spinoza, sia la metodologia della Çnuova logicaÈ e delle sue definizioni, sia infine la strada che lÕautore sta giˆ seguendo per discriminare, entro il flusso della nostra esperienza fisica e mentale, i diversi tipi di idee, lÕordine delle loro connessioni, la direzione ascendente o discendente verso cui avviare la ricostruzione del sistema ontologico.
Schema comparativo 1.1
DallÕAbbozzo allÕEthica 77, I, De Deo. Definizioni
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Abbozzo 1661 |
EP. 4
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KV, APP. I
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Ethica 77, I, De Deo
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DEFINITIONES
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D1. [Deum]... esse Ens, con-stans infinitis at-tributis, quorum
unumquodque est infinitum, sive summe perfe-ctum in suo genere.
|
|
|
D6. Per Deum intelligo ens absolute
infinitum, hoc est, substantiam constantem infinitis attributis, quorum
unumquodque aeternam, & infinitam essentiam exprimit. |
|
D2.......................Corpus non ter-minari
Cogitatio-ne nec Cogitatio-nem Corpore
|
|
|
D2.
Ea res dicitur in suo genere finita, quae alia ejusdem naturae terminari
potest. Ex.gr. corpus dicitur finitum, quia aliud semper majus concipimus.
Sic cogitatio alia cogitatione termi-natur. At corpus non terminatur cogitatione,
nec cogitatio cor-pore. |
D3. Per substan-tiam intelligam id, quod per se, & in
se concipi-tur, hoc est, cujus conceptus non involvit conce-ptum alterius
rei.
|
|
|
D3. Per substantiam intelligo id, quod in se est, &
per se con-cipitur: hoc est id, cujus con-ceptus non indiget conceptu
alte-rius rei, a quo formari debet.
|
D4. Per modifi-cationem autem sive per Acci-dens
[intelligam] id, quod in alio est, & per id, in quo est, conci-pitur.
|
|
|
D5. Per modum intelligo sub-stantiae affectiones, sive id,
quod in alio est, per quod etiam concipitur.
|
Schema comparativo 1.2
DallÕAbbozzo allÕEthica 77, I, De Deo. Assiomi e proposizioni
|
Abbozzo 1661
|
EP. 4
|
KV, APP. I
|
Ethica 77, I, De Deo
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||||||
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AXIOMATA
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PROPOSITIONES
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|
Ax1. Quod sub-stantia sit prior suis accidentibus. |
Nam haec sine illa nec existe-re, nec concipi possunt.
|
Ax1. De zelfstandi-gheid staat wegens syn natuur voor alle
syne toevallen (mo-dificationes)
|
P1. Substantia prior
est suis affectionibus Dem. Patet ex D. 3 & 5.
|
|
||||||
|
Ax2. Quod, prae-ter Substantias & Accidentia nihil detur
realiter, sive extra Intellectum.
|
Nam quicquid datur, vel
per se, vel per aliud concipi-tur, & ipsius conceptus vel involvit conce-ptum
alterius rei, vel non involvit. |
Ax 2. De dingen welke
verscheiden zyn, worden onder-scheiden, of dadelyk of toevalligh. Ax3. De dingen welke dadelyk on-derscheiden
worden, hebben of verscheide eigenschappen, gelyk als denking en uyt-gebreydheid, of
wor-den toegepast aan verscheide eigen-schappen, als, versta-ning en beweeging,
welkers eene behoort tot de denking, en het ander tot de uytge-breidheit.
|
Ax1. Omnia quae sunt, vel in se, vel in alio
sunt. Ax2. Id, quod per aliud non potest concipi,
per se concipi debet. P4. Duae, aut plures res distinctae,
vel inter se di-stinguuntur ex diversitate attributorum substan-tiarum, vel
ex diversitate earun-dem affectionum. Dem. Omnia, quae
sunt, vel in se, vel in alio sunt (per Ax1), hoc est (per D3 et 5) extra
intellectum nihil datur praeter substantias, earumque affectio-nes. Nihil ergo
extra intellectum datur, per quod plures res distingui inter se possunt,
praeter substantias, sive quod idem est (per D4) earum attributa, earumque affectiones.
|
|
||||||
Ax3. Quod res, quae diversa ha-bent
attributa, ni-hil habent inter se commune.
|
Per attributum enim explicui id,
cujus con-ceptus non in-volvit conce-ptum alterius rei.
|
Ax4. De dingen
welke verscheide eigenschap-pen hebben; als mede de dingen welke be-hooren
tot verscheide eigenschappen, en he-ben in zich geen dink de
eene van de ander.
|
P2. Quae substantiae,
diversa attributa habentes, nihil inter se commune habent. Dem. Patet etiam ex D3. Una-quaeque
enim in se debet esse, & per se debet concipi, sive conceptus unius
conceptum alte-rius non involvit.
|
|
|||||||
|
Ax4. Quod re-rum, quae nihil commune habent inter se, una
alte-rius causa esse non potest.
|
Nam cum ni-hil sit in effectu commune cum
causa, totum, quod haberet, haberet a nihilo. |
Ax5. Dat geene twelk in zich niet heeft iets van een ander dink, en kan ook geen oorzaak
zyn van de wezen-tlykheit, van zulk een ander dink. |
P5. Quae res nihil commune inter se
habent, earum una alterius causa esse non potest. Dem. Si nihil commune
cum se invicem habent, ergo (per Axi-oma 5) nec per se invicem pos-sunt
intellegi, adeoque (per Axi-oma 4) una alterius causa esse non
potest. |
|||||||
Schema comparativo 1.3
dallÕAbbozzo
allÕEthica 77, I, De
Deo. Proposizioni
|
Abbozzo 1661 |
EP. 4
|
KV, APP. I
|
Ethica 77, I, De Deo
|
|
PROPOSITIONES
|
||||
P1. In rerum na-tura non possunt existere duae sub-stantiae,
quin tota essentia differant.
|
|
P1.
Geen zelfstandi-gheid wezentlyk zyn-de, en kan toegepast worden een en de zelve eigenschap, welke toegepast word aan een
ander zelfstandigheid, of (het welk het zelvde is) in de Natuur en
konnen geen twee zelfstand-igheeden zyn tenzy zy dadelyk onder-scheiden werden. [Dem.] De zelf-standigheden twee zynde, zyn ver-scheiden;
en dien-volgende (ax2) wor-den onderscheiden, of dadelyk of toe-vallig; niet
toevallig, want (ax7) dan waren
te toevallen, door haar natuur eer als de zelfstandi-gheid, tegens de 1
axioma, ergo dade-lyk, en volgens dien
(ax. 4) en kan van dÕeene niet gezeid worden, dat van de ander gezeid
word, zynde dat geene wy
trachten te bewyzen.
|
P5. In rerum natura non possunt dari duae,
aut plures substantiae ejusdem naturae, sive attributi Dem. Si darentur plures distinctae, deberent
inter se distingui vel ex diversitate attributorum, vel ex diversitate affectionum
(per P. praec.). Si
tantum ex diversitate attributorum, concederetur ergo, non dari, nisi unam
ejusdem attributi. At si ex diversitate af-fectionum, cum substantia sit
prior natura suis affectionibus (per P. I) depositis ergo affectionibus, et in se considerata,
hoc est (per D. 3 et Ax.6)
vere considerata, non poterit concipi ab alia distingui, hoc est (per P.
praeced.) non poterunt dari
plures, sed tantum una. Q.E.D. |
|
Schema comparativo 1.4
DallÕAbbozzo allÕEthica 77, I, De Deo. Proposizioni
|
Abbozzo 1661 |
EP. 4
|
KV, APP. I
|
Ethica 77, I, De Deo
|
PROPOSITIONES
|
|||
P2. Substantiam non posse produ-ci (neque) ab alia
(quacunque) sub-stantia; sed quod sit de ipsius es-sentia existere
|
|
P2. De eene zelfstand-igheid en kan geen
oor-zaak zyn van de we-zentlykheid van een ander zelfstandigheid. [Dem] Soodenigen oorzaak en kan in zig niet hebben iets van zulk een uytwerking (Prop. 1),
want het verschil tusschen hun is dadelyk en gevol-glyk, (ax.5) zo en kan
zy die (wezentlykeid) niet
voortbrengen.
P4. Aan alle wezen van zelfstandigheid be-hoord van natuur de wezentlykeid
ook zo zeer dat het on-mogelyk is in eenig oneyndig vestand te konnen stellen
de Idea van het wezen eenens zelfstandigheid,de wel-ke niet en zy wezentlyk
in de Natuur. [per la dim. cfr. Schema 21] |
P6. Una substantia non potest produci ab
alia substantia Dem. In rerum natura non pos-sunt dari duae
substantiae ejusdem attributi (per P. praec.); hoc est (per P.2), quae aliquid inter se commune habent. Adeo-que (per
P3), una alterius causa esse
nequit, sive ab alia non posse produci. Q.E.D. Cor. Hinc sequitur substantiam ab alio produci non posse. Nam in rerum natura
nihil datur prae-ter Substantias, earumque affe-ctiones, ut patet ex Ax1 & D3 et 5. Atqui a substantia non potest (per praec.P). Ergo substantia absolute ab alio produci
non potest. P7. Ad naturam
substantiae pertinet existere. Dem. Substantia
non potest pro-duci ab alio (Per Cor.P. praec.); erit itaque causa sui, id est (per D1) ipsius essentia
involvit nece-ssario existentiam, sive ad ejus naturam pertinet existere.Q.E.D. |
Schema comparativo 1.5
DallÕAbbozzo allÕEthica 77, I, De Deo. Proposizioni
|
Abbozzo 1661 |
EP. 4 |
KV, APP. I |
Ethica 77, I, De Deo
|
|
PROPOSITIONES |
|||
|
3 |
|
P3. Alle eigenschappen
of zelfstandigheid is door haar natuur oneyndig, en ten oppersten volmaakt in
zyn geslacht. [Dem.] Geen
zelfstandig-heid is veroorzaakt van een ander en by gevolg zo ze wezentlyk
is, zo isse of een eigenschap van God of ze heeft buyten God geweest een
oorzaak van zig zelfs. Indien het 1e. zo isse noodzaakelyk
oneyndig en ten hoogsten volmaakt in syn geslagt, hoedaanig zyn alle andere
eigenschappen Gods. Indien (Prop.2) het 2e. zoo isse noodzakelyk
ook zodanig; want (ax6) zig zelfs en zoude ze niet konnen bepaald gehad
hebbe.
|
P8. Omnis substantia est necessario
infinita. Dem. Substantia unius attributi non, nisi
unica, existit (per P5)
& ad ipsius naturam pertinet existere (per P7). Erit ergo de ipsius natura, vel finita, vel
infinita existere. At non finita. Nam (per D2) debe-ret terminari ab alia ejus-dem naturae, quae
etiam necessario deberet existere (per P7); adeoque darentur duae substantiae ejusdem
attributi, quod est absur-dum (per P5). Existit ergo infinita.Q.E.D. |
Schema comparativo 1.6
DallÕAbbozzo allÕEthica 77, I, De Deo. Scolio
|
Abbozzo 1661 |
EP. 4
|
KV, APP. I
|
Ethica 77, I, De Deo
|
|
SCHOLIUM |
|
P4 COROLLARIUM
|
P8
SCHOLIUM 2
|
|
(...non
ex definitione cujuscunque rei se-quitur existentia rei definitae: sed tan-tummodo...
sequitur ex definitione, sive idea alicujus attri-buti, id est... rei, quae
per se, & in se concipitur. Rationem enim hujus differen-tiae etiam in
memo-rato Scholio satis, ni fallor, proposui, praecipue Philoso-pho. Supponitur
en-im non ignorare differentiam, quae est inter fictionem, & inter
clarum, & di-stinctum conce-ptum; neque etiam veritatis hujus Axio-matis,
scilicet, quod omnis definitio, sive clara, & distincta idea sit vera). |
|
De Natuur word ge-kent door zig
zelfs, en niet door eenig ander dink. Zy bestaat van oneyn-dige eigenschappen,
een ieder van de zelve oneyndig, en volmaakt in zyn ge-slacht: aan welkers
wezen de wezen-tlykheid toebehoort, alzo dat buyten de zelve geen wezen of
zyn meer en is, en zy alzo naaupuntig over een komt met het wezen van de
alleen heerlyke en geze-gende God.
|
... Si autem homines ad
naturam substantiae attenderent,
minime de veritate 7. Prop. dubitarent; imo haec Propositio omnibus axioma
esset, & inter notiones communes numera-rentur. Nam per substantiam
intel-ligerent id, quod in se est, & per se concipitur, hoc est id, cujus
cognitio non indiget cognitione alterius rei. Per modificationes autem id,
quod in alio est, & quarum conceptus a con-ceptu rei, in qua sunt,
formatur: quocirca modificationum non exi-stentium veras ideas possumus
habe-re; quandoquidem, quamvis non existant actu extra intellectum, ea-rum
tamen essentia ita in alio com-prehenditur, ut per idem concipi possint.
Verum substantiarum veritas extra intellectum non est, nisi in se ipsis, quia
per se concipiuntur. Si quis ergo diceret, se claram, & di-stinctam, hoc
est veram ideam sub-stantiae habere, & nihilominus dubi-tare, num talis
substantia existat, idem hercle esset, ac si diceret, se veram habere ideam,
& nihilominus dubitare, num falsa sit (ut satis at-tendenti fit
manifestum); vel si quis statuat, substantiam creari, simul sta-tuit, ideam
falsam factam esse ve-ram, quo sane nihil absurdius concipi potest; adeoque
fatendum necessario est, substantiae existentiam, sicut ejus essentiam,
aeternam esse veri-tatem. |
Schema comparativo 2
Stratificazione
degli enunciati more geometrico
|
Abboz-zo sett. 1661 |
EP 4 ott. 1661 |
A KV, APP I Fi fine 1 1661- 1
1662 |
KV, I Cap. 2 |
E provv. 1 seconda metˆ 1662 |
E provv. 2 fine 1662 |
E63 provv. 3 prima-vera 1663 |
E63 provv. 4 metˆ 1663 |
E77 OP 1677 |
||
|
DEFINITIONES |
||||||||||
|
D. 1 (Dio) |
|
|
(D. di Dio) |
D. 1 (Dio) |
D.
1 (causa
sui) |
D.
1 (causa
sui) |
Idem |
Idem (causa
sui) |
||
|
D. 2 (infini-tum in suo genere) |
|
|
|
Idem ? |
D. 2 (res finitae in suo
genere ?) |
Idem |
Idem |
D. 2 |
||
|
D.3 (so-stanza) |
|
|
|
D. 3 Idem |
D.
3 (sostanza
e attributo) |
D. 3 Idem |
D.
3 (sostanza) |
D.
3 (sostanza) |
||
|
|
|
|
|
|
|
|
D.
4 (attributo) |
D.
4 (attributo) |
||
|
D. 4 (modi) |
|
|
|
D. 4 Idem |
D. 4 Idem |
D. 4 Idem* |
D. 5 (modi) |
D. 5 (modi) |
||
|
|
|
|
|
|
D. 5 (Dio) |
D. 5 (Dio) |
D. 6 (Dio) Explicatio |
D. 6 (Dio) Explicatio |
||
|
AXIOMATA |
||||||||||
|
|
|
|
|
Ax. 1 ? |
Ax. 1 |
Ax. 1 |
Ax. 1 |
Ax.1 |
||
|
|
|
|
|
Ax. 2 ? |
Ax. 2 |
Ax. 2 |
Ax. 2 |
Ax. 2 |
||
|
|
|
|
|
Ax. 3 ? |
Ax. 3 |
Ax. 3 |
Ax. 3 |
Ax. 3 |
||
|
|
|
|
|
Ax. 4 ? |
Ax. 4 |
Ax. 4 |
Ax. 4 |
Ax. 4 |
||
|
|
|
|
|
Ax. 5 ? |
Ax. 5 |
Ax. 5 |
Ax. 5 |
Ax. 5 |
||
|
Ax. 1 |
dim. |
Ax. 1 |
----- |
P. 1 dim. |
P. 1 dim |
P. 1 dim |
P. 1 dim. |
|||
|
Ax. 2 |
dim. |
Ax. 1 |
----- |
P. 3 dim. |
P. 3 dim |
P. 3 dim |
P. 3 dim. |
P. 3 dim. |
||
|
|
|
Ax. 3 |
----- |
|
|
|
|
|
||
|
Ax. 3 |
dim. |
Ax. 5 |
|
P. 2 dm. |
P. 2 dim |
P. 2 dim |
P. 2 dim. |
P. 2 dim. |
||
|
Ax. 4 |
dim. |
Ax. 5 |
|
P. 4 dim. |
P. 4 dim |
P. 4 dim |
P. 4 dim. |
P. 4 dim. |
||
|
PROPOSITIONES |
||||||||||
|
P. 1 |
--dim |
P. 1 dim |
P. 2 dim. |
P. 5 dim |
P. 5 dim |
P. 5 dim |
P. 5 dim |
P. 5 dim |
||
|
P. 2 |
--dim |
P. 2 dim |
P. 3 dim. |
P. 6 dim |
P. 6 dim |
P. 6 dim |
P. 6 dim |
P. 6 dim |
||
|
|
|
|
|
|
|
|
Corol |
Corol |
||
|
|
|
P.
4 dim |
P. 4 dim |
P. 7 dim |
P. 7 dim |
P. 7 dim |
P. 7 dim |
P. 7 dim |
||
|
P. 3 |
--dim |
P. 3 dim |
P. 1 dim |
P. 8 dim |
P. 8 dim |
P. 8 dim |
P. 8 dim |
P. 8 dim |
||
|
|
|
|
|
Scol. 1 ? |
Scol. 1 |
Scol. 1 |
Scol. 1 |
Scol. 1 |
||
|
Scolio |
dim. |
Corol. |
----- |
Scol. 2 ? |
Scol. 2 |
Scol. 2 |
Scol. 2 |
Scol. 2 |
||
|
|
|
|
|
|
|
P. 9 dim |
P. 9 dim |
P. 9 dim |
||
|
|
|
|
|
|
|
P. 10 dim |
P. 10 dim |
P. 10 dim |
||
|
|
|
|
|
|
Scol. 3 |
Scol. |
Scol. |
Scol. |
||
Schema comparativo 3
KV, I, cap. 1, nota 3, sottonota 3, aggiunta 3. Le idee.
La struttura delle argomentazioni
TESTO PRINCIPALE
|
|
||
|
Tre tesi |
Causa dellÕidea (di Dio) dellÕuomo non � la
sua finzione Dire che tale idea � una finzione, anche
questo � falso é impossibile averla se non cÕ� (rinvio a
dim. P. 2) |
|
|
NOTA 3
|
|
||
|
I¡ Argomen-tazione |
Posizione tesi 1 |
é ben vero che da unÕideaÉ vengono fintiÉ |
|
|
Confutazione |
Ma � impossibile far ci˜ senza aver primaÉ. |
|
|
|
Posizione tesi 2 |
Questa idea � una finzione |
|
|
|
Confutazione |
Dovrebbero allora tutte le * altre idee essere
finzioni |
|
|
|
Domanda |
|
||
SOTTONOTA 3
|
|
||
|
II¡ Argomen-tazione |
Posizione di tesi |
Altre idee � ben possibile ;É o sono o non
sonoÉIl loro essere � sempre necessario. |
|
|
Conseguenza |
Cosicch�É.esse non di meno sono e sarebbero,
anche se nŽ io nŽ alcun uomo avesse mai pensatoÉ |
|
|
|
1¡conclusione |
Esse non sono finte da me |
|
|
|
2¡conclusione |
Devono anche avere fuori di me un subjectum |
|
|
|
III¡ Argomen-tazione |
Posizione di tesi |
CÕ� una terza idea che invece � un
unicoÉ un essere necessario.. essere e essenza entrambi necessari |
|
|
Negazione di tesi opposta |
E non É che pu˜ essere, perchŽ il suo essere
era ben necessario, ma non la sua essenzaÉ |
|
|
|
1¡ conclusione |
Da me non dipende alcuna veritˆ, essere o
essenzaÉ PoichŽÉsecondo tipo di idee
senza di me sono ci˜ che sono |
|
|
|
2¡ conclusione |
Épure questa terza unica ideaÉ non dipende da
me.. egli soltanto deve essere il subjectum di tutte le cose |
|
|
AGGIUNTA 3
|
|
||
|
IV¡ Argomen-razione |
Posizione di tesi |
LÕidea di infiniti attributi allÕessere
perfetto non � una finzione |
|
|
1¡ negazione |
É non abbiamo potuto trovareÉ pi� di due
attributi |
|
|
|
2¡ negazione |
É questi non ci danno nulla di soddisfacente |
|
|
|
Affermazione |
InveceÉ troviamo in noi un certo qualcosa che
ci riferisceÉ infiniti perfetti attributiÉ propri di questÕessere perfetto |
|
|
|
V¡ Argomen-tazione |
Domanda |
Donde questa idea di perfezione ? |
|
|
1¡ negazione |
Non da questi due attributiÉperchŽ non fanno
un infinito |
|
|
|
2¡ negazione |
Non da me |
|
|
|
Affermazione |
Édagli stessi infiniti attributi |
|
|
[1] Per il quadro generale dello sviluppo del pensiero spinoziano dal 1661
in poi, e per una trattazione pi� specifica dei temi che qui affronteremo, mi
permetto di rinviare al mio volume recente Alle origini del panteismo.
Genesi dellÕEthica di Spinoza e delle sue forme di
argomentazione, Francoangeli, Milano, 2004.
[2] Ep 2, G, IV, 7-9: ÇEns, constans infinitis attributis, quorum
unumquodque est infinitum, sive summe perfectum in suo genereÈ.
[3] E, I, def. 6: ÇPer
Deum intelligo ens absolute infinitum, hoc est, substantiam constantem infinitis
attributis, quorum unumquodque aeternam, & infinitam essentiam exprimitÈ.
[4] Cfr., in Appendice, la def. 3 dellÕAbbozzo del 1661.
[5] M 34,3-9: Ç[É] de eigenschappen die van een zelfsbestaande wezen zyn, en deze behoeven
geen geslagt, of iets waar door ze meer verstaan oft verklaart worden: [É] zo
worden zy ook door hun zelfs bekendÈ.
[6] ÇPrima quaestio est, an clare, & indubitanter intelligas ex sola
illa definitione, quam de Deo tradis, demonstrari, tale Ens existere?È.
[7] Le modifiche e gli spostamenti degli enunciati spinoziani dal 1661
alla redazione definitiva dellÕEthica sono valutabili mediante i confronti che
abbiamo stabilito negli schemi comparativi 1,1 e 1,6 e nello schema comparativo
2, riportati qui in Appendice.
[8] G IV 44,34-45,8: ÇQuod autem dicitis me non demonstrasse substantiam (sive ens) plura
habere posse attributa: forte ad demonstrationes noluistis attendere. Duas enim
adhibui, 1a quod nihil nobis evidentius quam quod unumquodque ens
sub aliquo attributo a nobis concipiatur et quo plus realitatis aut esse
aliquod ens habet, eo plura attributa ei sunt tribuenda unde ens absolute
infinitum definiendum, etc.; 2a et quam ego palmariam judico, est
quod quo plura attributa alicui enti tribuo eo magis cogor ipsi existentiam
tribuere, hoc est, eo magis sub ratione veri ipsum concipio [É]È.
[9] Si veda Giuseppa Saccaro Battisti, La dimostrazione dellÕesistenza
di Dio dallÕAbbozzo del 1661 e dalla Korte Verhandeling al ÇDe DeoÈ, in Dio,
lÕuomo, la libertˆ, Studi sul Breve Trattato di Spinoza, a cura di Filippo Mignini, Japadre Editore, LÕAquila – Roma
1990, pp. 95-118. Cfr. anche Alle origini cit., II,
capp. 10-11.
[10] M 8,29-9,2:
ÇHy is, zeggen wy, Een wezen van de welke alles, ofte oneyndelyke
eygenschappen gezeyd worden, van welke eygenschappen een yder des zelfs in syn
geslagte oneyndelyk volmaakt isÈ.
[11] Lo stesso inciso ricorre pi� volte nelle argomentazioni dimostrative
di Abraham Cohen Herrera, Puerta del cielo, di cui
parleremo fra poco.
[12] M. 31,31-2: ÇAangaande de eigenschappen van de welke God bestaat, die zyn niet als oneyndige
zelfstandigheeden, van de welke een ieder des zelfs oneindig volmaakt moet zyn.È
[13] Nel citare le note del BT le numeriamo
secondo la loro successione in ogni capitolo: questa numerazione non esiste nel
manoscritto nederlandese, dove il rapporto tra testo e note � indicato da
asterischi e altre speciali forme di richiamo. Anche nellÕedizione critica del
Mignini non � data una numerazione.
[14] M 5,28-33: ÇUyt de beschryvinge hier na Cap. 2, van dat God
oneyndige eygenschap[pen] heeft, konn[en] wy syne wezentheyd [al]dus bewyz[en:]
al dat wy k[laar] en ondersch[ei]de zien tot [de] Natuur van een zaak t[e]
behooren, dat konnen w[y] ook met w[aar]heid van die zaak bevestigen: maar aan
de Natuur van een wezen dat oneindige eigenschappen heeft, behoort een
eigenschap, de welke is ZynÈ. Il passo � scritto in parte
sullÕangolo basso esterno della pagina 1 del manoscritto, il cui orlo �
alquanto rovinato: perci˜ Mignini nel trascriverlo ha inserito alcune
integrazioni tra parentesi quadre. Anche noi le accettiamo e le riportiamo qui,
tranne una di esse, che non integra una lacuna del manoscritto, bens“ modifica
intenzionalmente il testo, perchŽ intende correggerne un presunto errore: Çsyne
wezentheydÈ (Çla sua essenzaÈ) � trasformato dal Mignini in Çsyne wezent[lyk]heydÈ
(Çla sua esistenzaÈ), cambiando cos“ il senso della frase, da dimostrazione
dellÕessenza di Dio – cio� di ÇCosa Dio �È come dice il titolo del cap. 2
– che ha infiniti attributi, tra i quali � compresa lÕesistenza, in
dimostrazione diretta dellÕesistenza divina – che invece Spinoza afferma
di aver giˆ dato. Sul complesso rapporto tra questi due termini e quello di
ÇwezenÈ (essere), al quale Mignini attribuisce spesso il significato di
essenza, Cfr. Alle origini cit., parte II, cap. 6,
pp. 83 ss., e passim.
[15] M 5,16-21.
[16] Tale nota, a mio parere e come ho cercato di dimostrare in Alle
origini cit., parte II, cap. 10, 8 e 10 e nei relativi
Schemi 37 e 38, � formata da un passo iniziale, che poi � stato prolungato con
un brano che chiameremo sottonota 3, e con un terzo passo, che costituisce un
ulteriore ampliamento e che chiameremo aggiunta 3 (cfr., in Appendice, lo
Schema 3). I tre passi, sui quali sono state avanzate altre interpretazioni
diverse dalla mia, sono chiaramente distinguibili sia nella grafia e nella
composizione del manoscritto, sia nella sequenza dei passi, che � scandita ad
ogni capoverso da espressioni di connessione: ÇOltre a queste [É] In aggiunta a
questo [É]È Una volta ricostruiti nella successione che a me sembra pi� conforme
allo stato del manoscritto pervenutoci, essi costituiscono un discorso
coerente, articolato in cinque argomentazioni; inoltre dimostrano come lÕautore
sia pi� volte ed in pi� tempi intervenuto sul suo scritto, come ha fatto anche
in altre occasioni, al fine di ottenere un discorso complessivo abbastanza
soddisfacente.
[17] Per una esposizioni pi� esauriente rinvio a Alle origini, cit., cap. 10,
10-b, pp. 256 ss.
[18] La sottonota 3 e la sua aggiunta 3 sono state inserite pi� tardi e
connesse alla nota 3 con un asterisco di richiamo, costituendo perci˜ nel
complesso un progressivo
ampliamento con ulteriori argomentazioni dimostrative.
[19] Cfr. Alle origini, cit, p. 263.
[20] Nel primo caso, lÕautore ricorre al verbo toepassen e al participio toegepast, cio� riferire-riferito,
come nella pr. 1 dellÕAppendice I del BT, nel
secondo usa verbi, generalmente in forma passiva come werd toegeschreven (� ascritto), toe‘igent werden (sono
conferiti) (cap. I, 7; M 31,35-42) che enfatizzano
maggiormente lÕaspetto soggettivo dellÕassociazione che noi compiamo tra ci˜
che � ascritto o conferito, e la natura di ci˜ a cui viene ascritto.
[21] M I, 3,36-40.